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Quello che ho imparato in volo: l'intervista all’astronauta Maurizio Cheli

Scritto da Miryam Depalo | 14 feb 2022

Da un viaggio si esce sempre arricchiti, trasformati. E il viaggio è da sempre metafora delle nostre attività, dei nostri progetti. Ogni volta, intraprendiamo un cammino di cui conosciamo la meta e, nei casi più fortunati, qualche tappa del percorso.

Così, tenendo gli occhi puntati al cielo e parlando di trasformazione, ci siamo ricordati di quando, durante uno dei nostri Meet The Future con Generali (il percorso pensato per aprire nuove prospettive sulle sfide del futuro) abbiamo incontrato Maurizio Cheli, astronauta, imprenditore, ufficiale e aviatore italiano che nel 1996, in qualità di Mission Specialist, partecipò alla missione spaziale a bordo dello Space Shuttle Columbia, per cui poi ebbe l’onore di ricevere una medaglia d’argento al valore aeronautico.

Nel suo discorso, Maurizio racconta di un viaggio che lo ha trasformato e gli ha permesso di apprendere alcune importanti lezioni su come affrontare positivamente una missione complessa come quella spaziale, come gestire situazioni difficili in condizioni spesso estreme, come lavorare armoniosamente con l’equipaggio per raggiungere traguardi. 

Le condividiamo con voi, perché crediamo che in fondo, quelle di Maurizio, siano sfide comuni un po’ a tutti noi, nella nostra orbita quotidiana.

 Pronti al decollo…


Formato l’equipaggio, la prima cosa che viene richiesta al team che andrà nello Spazio è di mettere a punto uno scudetto che rappresenti simbolicamente l’essenza della missione

Questo scudetto non rappresenta solo un pezzo di stoffa che verrà applicato sulle divise, ma un insieme di valori umani, tecnici e professionali nei quali le persone si riconoscono. Un po’ come fosse il logo di un’azienda, questo simbolo stimola la coesione del gruppo, crea un sostrato comune di valori, metodi, pratiche che il gruppo condivide, in cui si riconosce. 

Da qui la prima lezione: prima di partire è fondamentale portare a bordo tutti, condividere gli obiettivi, le ragioni sottese al progetto, le modalità con cui verrà realizzato. “I veicoli spaziali sono estremamente complessi, se uno pensa di andare in volo da solo ha sbagliato mestiere”, ci ricorda Maurizio. Allo stesso modo in un’azienda, in un team, senza un reale ingaggio di tutte le persone coinvolte, il progetto avrà più possibilità di fallire.

Partenza, via…si vola!


Sono 3 le parole fondamentali che descrivono le dinamiche nello Spazio:

  • competenza: gioca un ruolo decisivo sin dal momento in cui si forma il team. La competenza è il valore che gli altri sono disposti a riconoscerti. Qualsiasi sia la missione, il progetto, “devi essere competente in quello che fai, nessuno può svolgere il tuo lavoro”, perché il contributo di ciascuno è unico.
  • fiducia: in sé, nelle persone che ti accompagnano, nella tecnologia che ti supporta, nel team che ti addestra prima e nel team che ti controllerà durante il volo. Detto altrimenti, devi avere fiducia in tutte le parti in gioco. Senza fiducia non vi è relazione, senza relazione non vi è impresa (specie se complessa).
  • interdipendenza: qualunque cosa tu faccia a bordo, ha effetto sul resto dell’equipaggio, esattamente come qualsiasi cosa tu faccia in un dipartimento o in un team ha ricadute sul resto dell’azienda.

Ecco l’essenza stessa del lavoro in team che, pur essendo più difficile del lavoro individuale, ci permette di raggiungere obiettivi che da soli non riusciremmo a realizzare. Da qui, la seconda lezione: il successo e l’insuccesso appartengono al gruppo e non al singolo. 

Per chi ci guarda da fuori, tutti indossiamo lo scudetto, tutti siamo responsabili di quella missione; se qualcuno commette un errore, l’errore è di tutto il team, così come di tutto il team è il successo che si raggiunge. 

Pertanto, quando ti ritrovi a lavorare in gruppo e aiuti il tuo collega, nel 99% dei casi aiuti te stesso

Altre cose che ho imparato in volo sono:



  • l’importanza della semplificazione e dell’apertura mentale: mantenersi liberi di accettare quello che di buono un viaggio porta con sé, restando capaci di accettare che non possiamo controllare tutto. Tenere le cose semplici, procedure troppo complesse aumentano la possibilità di errore.
  • the “power of no habits”: dimenticare le nostre abitudini, adattarci a una nuova situazione, imparare da essa e applicare quello che abbiamo imparato.
  • pianificare con calma ma essere pronti ad agire subito: la pianificazione è importante (quella di una missione spaziale può coprire l’arco di mesi), però molte volte, fatta la pianificazione, ci si focalizza sul perfezionare l’esecuzione. Di fronte a un malfunzionamento però, applicare una procedura due minuti o due ore dopo può fare la differenza, quindi quello che conta è agire rapidamente.
  • non portarsi dietro i problemi: affrontarli e risolverli. Sembra scontato, ma spesso si passa più tempo a capire di chi sia il problema, che a risolverlo. Se un astronauta si comporta così, il problema resterà suo, non sparirà, e anzi in orbita si moltiplicherà, perché difficilmente nello Spazio i problemi si semplificano. 

All’atterraggio…

Il viaggio è terminato, l’astronave ha toccato terra. Nello zaino poche ma indispensabili lezioni che mi prepareranno alla prossima missione:

  • pensare sempre al “what if”: essere pronti all’eventualità che qualcosa vada storto, prefigurarsi lo scenario peggiore e la sua risoluzione. Partendo da scenari semplici e continuando a chiedersi “cosa faccio se accade questo?”, si impara ad affrontare l’incertezza, ci si addestra per i momenti più difficili.

  • sviluppo di un mindset: collaborazione e comunicazione. nei momenti di incertezza, difficilmente una sola persona può analizzare il problema in tutte le sue sfaccettature. Ha bisogno delle competenze di altre persone, e per farlo, ha bisogno di tradurre la collaborazione in comunicazione.

  • rimanere focalizzati sul futuro: ci aiuta a rimanere proattivi, a mantenere uno spirito e un umore alto.

  • infine, rimanere leggermente insoddisfatti, non troppo, giusto quel che basta a darsi la spinta per migliorare.

In conclusione, ci dice Maurizio, il vero cambio di prospettiva lo ha avuto quando è passato dal “raggiungere degli obiettivi lavorando con delle persone” a “lavorare con delle persone per raggiungere degli obiettivi”

A pensarci, sono esattamente le stesse parole, ma il punto di vista è completamente differente, a seconda che l'accento sia posto sugli obiettivi o sulle persone. “E nella mia esperienza personale, difficilmente ho visto il raggiungimento di obiettivi senza il coinvolgimento di persone”

 E voi, quali di questi insegnamenti porterete all’interno del vostro prossimo progetto?