Una storia da raccontare


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Sedeva alla scrivania da una buona mezz’ora, di fronte un foglio bianco. Cercava ispirazione, aspettava che i pensieri prendessero forma in parole, indugiava a portata di tastiera in attesa di attingere al bisogno di raccontarsi.Nulla. Scriveva qualche battuta, rileggeva poco convinta e senza prendersi nemmeno la briga di cancellare, andava a capo, spingendo un invio dopo l’altro le sue mezze frasi qualche riga sopra, fuori dallo sguardo. Il foglio tornava ad essere bianco, sporcato con regolarità dal cursore lampeggiante, che segnava il passare del tempo.

Che storia era, la sua? Cosa c’era da raccontare?

Una storia esiste se merita d’essere letta, se racchiude in sé qualche elemento di interesse, curiosità, divertimento, coinvolgimento o riflessione per gli altri, tutte cose che faticava a identificare in quello che le era successo.

 
Aveva semplicemente scelto di cambiare lavoro, una scelta lungamente maturata, costruita con ponderazione, per la quale tanti le avevano attribuito un coraggio un po’ sproporzionato alla realtà dei fatti: dopotutto non si trattava di nulla di radicale né di straordinario.

Ora che ci pensava, anzi, si rendeva conto di quanto quel cambiamento fosse stato un passaggio naturale, quasi obbligato, nella direzione che in fondo aveva sempre voluto perseguire. Si era solo trattato di darsi il tempo per diventarne consapevole.

Era il suo passato ad averla portata lì, come se avesse da sempre raccolto evidenze in quella direzione, prendendo nota delle informazioni rilevanti che la aiutavano a capire dove voleva andare: appunti che le evidenziavano quando si era sentita al posto giusto, riconoscendosi in ciò che faceva, provando pienezza e soddisfazione, o sottolineature che la mettevano in guardia, invece, su quelle volte in cui si era trovata a vivere una vita non sua, a vedere i suoi valori messi in discussione.

E non aveva certo fatto tutto da sola. Aveva sempre cercato o trovato persone attorno capaci di aiutarla, facendole vedere le cose da altri punti di vista, magari un po’ scomodi o insoliti, ma soprattutto attente a ridarle forza quando lei non ne aveva e a metterla di fronte ad un limpido esame di realtà quando la sua autostima vacillava.

Insomma, la sua storia di trasformazione non era nulla di speciale, poteva essere la storia di chiunque, di una persona che impara dalle sue esperienze, decide di ascoltare le sue emozioni, desideri, bisogni e arriva a mettere a fuoco — in ultima analisi — cosa le dà senso e cosa davvero vuole essere.

Il cursore era sempre lì, lampeggiava costante e monotono.

Iniziò ad osservarlo fisso, con lo sguardo che sfuocava la pagina. Ecco, il suo cambiamento era stata solo una questione di messa a fuoco, progressiva e incrementale, proprio per quello possibile e alla sua portata. Una volta messa a fuoco la direzione in cui andare, muovere il passo successivo era stato un’esigenza naturale, un istinto semplice da assecondare.

Sorrise, leggermente soddisfatta. Ancora non sapeva se ci fosse “una storia” in tutto ciò, ma questo era ciò che poteva raccontare!

 
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Intervista a Chiara Forzatti

Nel tuo racconto parli come di una scintilla interiore, un senso profondo, esistenziale che motiva e orienta le nostre decisioni e le nostre azioni.

Che ruolo ha avuto questa scintilla nel tuo percorso di trasformazione professionale?

Sicuramente un ruolo centrale, con intensità progressiva. In qualche modo c’è sempre stato e ha agito come la forza di gravità: finché ero lontana e non lo avevo ben chiaro, agiva silenziosamente influenzando le mie scelte, ma non ne percepivo l’effetto; quando mi sono avvicinata, mettendolo a fuoco e identificandolo, la sua forza di attrazione è cresciuta… segnava una direzione verso cui andare e non avrei potuto resistere, nemmeno provandoci!

La potenza del purpose credo sia questa: darti qualcosa verso cui tendere. Nel mio caso, mi ha portata a lasciare un ruolo manageriale in azienda per dedicarmi alla facilitazione e al coaching, ma la stessa dinamica credo valga per chiunque affronti una trasformazione individuale, in qualsiasi ambito.


In che modo hai compreso quale fosse la tua direzione, quella in cui avresti trovato ciò che ti avrebbe permesso di brillare?

Si è trattato di un percorso di consapevolezza progressivo, fatto di domande ma soprattutto di ascolto delle risposte. E con questo non voglio dire che sia facile!

Può essere un lavoro lungo, a volte anche faticoso, ma formulare il proprio purpose concettualmente è tutto qui: chiederti cosa davvero ti piace, lasciando spazio a risposte autentiche; approfondire cosa ti appassiona, accettando che si tratti di una passione solo tua, che nessun altro magari capisce; riconoscere cosa ti fa sentire di aver speso il tuo tempo in modo significativo, dando voce a bisogni anche molto semplici, ma che sono veri per te.

Ovviamente si tratta anche di esplorare le cose che ti fanno stare male e che ti mettono profondamente a disagio, e di riconoscere con lucidità l’impatto dei condizionamenti esterni sulle tue scelte e sul tuo modo di vivere.

Esplicitare il proprio purpose, insomma, è qualcosa di molto personale: arrivi a qualcosa che è “solo tuo”, non deve valere per altri. Ma per te è potente, significativo, e sufficiente a darti la direzione.

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E poi cosa succede? In che modo, compreso il proprio scopo, è possibile il cambiamento?

Non credo che ci sia un rapporto causa effetto, in verità. Avere chiaro il proprio purpose è un esercizio utile in sé, ti può dare ad esempio la consapevolezza che sei esattamente dove vorresti essere, e proprio per questo darti più gioia e pienezza.

Certo, se mettere a fuoco il tuo purpose ti dà la misura di una distanza verso ciò che desideri per te, allora l’esigenza di cambiare emergerà con naturalezza. Avere la direzione, attiverà implicitamente una voglia di “muoversi verso”, ma per alcuni sarà più urgente, per altri meno. Ognuno segue poi i suoi tempi, anche nel darsi il permesso di ascoltare i propri bisogni, certo è che il purpose alimenterà l’energia e l’entusiasmo che possono supportare nell’affrontare anche eventuali fatiche, ostacoli e intoppi connessi a una trasformazione.

Ci troviamo all’apice di un brusco e profondo cambiamento che ci ha già un po’ trasformati come persone. Perché pensi che riflettere su di sé, soprattutto ora, sia fondamentale?

Credo che sia un’esigenza naturale, molto umana. I grandi cambiamenti rimettono in discussione tutto, sarebbe un peccato non approfittarne per farsi qualche domanda su di sé. E in fondo quale momento migliore di questo, in cui siamo tutti un po’ più fragili, un po’ più esposti e proprio per questo più bisognosi di cose vere, autentiche e significative per noi?

Scritto da

Chiara Forzatti

Change expert & Facilitator - Laureata in Lingue Straniere e con un Master in Marketing, lavora da oltre vent’anni nel settore delle telecomunicazioni, della consulenza e dell’industria automobilistica, dove ha consolidato una forte esperienza ricoprendo il ruolo di HR Manager per BMW Italia.

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